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	<title>Silvio Colagrande</title>
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	<description>L&#039;uomo che vede con gli occhi di un Santo</description>
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		<title>Slide 3</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2021 11:25:37 +0000</pubDate>
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		<title>Sfilata con gli Alpini &#8211; Asti 15 maggio 2016</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jul 2016 15:10:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E’ stata una esperienza unica molto molto bella: alla vigilia vivere momenti di grande familiarità e amicizia al campo degli Alpini abbruzzesi di Atri e Torrebruna, insieme ai volti più frequentati degli Alpini comaschi, e la domenica camminare a passo di marcia in fila in mezzo agli Alpini è come essere fianco a fianco con [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1"><img class="alignleft wp-image-390 size-full" src="http://www.silviocolagrande.it/wp-content/uploads/2016/07/sfilata-alpini-asti-15-maggio-2016-square.jpg" alt="" width="640" height="704" />E’ stata una esperienza unica molto molto bella: alla vigilia vivere momenti di grande familiarità e amicizia al campo degli Alpini abbruzzesi di Atri e Torrebruna, insieme ai volti più frequentati degli Alpini comaschi, e la domenica camminare a passo di marcia in fila in mezzo agli Alpini è come essere fianco a fianco con amici, grandi amici che custodiscono silenziosamente tanti pensieri, tanti ricordi e tante emozioni. Si capisce dai loro volti che sono emozionati, ma rimangono impassibili perché sono in sfilata<span class="Apple-converted-space">  </span>e quindi devono rimanere prima di tutto soldati. E l’emozione assume toni più profondi quando arrivano sonori gli applaudi delle persone assiepate lungo la strada per vederli, salutarli e ringraziarli. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le sensazioni e i pensieri che sorgono sfilando con loro dietro un enorme striscione<span class="Apple-converted-space">  </span>conducono direttamente al senso di quel<span class="Apple-converted-space">  </span>messaggio speciale dedicato all’indimenticabile Cappellano degli Alpini, il Beato Don Carlo: ’’Non muore chi vive nel cuore di chi resta’’. Sono momenti accompagnati dagli applausi spontanei e scroscianti delle persone che ai lati della strada leggono, capiscono<span class="Apple-converted-space">  </span>e sanno di chi si sta parlando.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Durante una breve sosta lungo il percorso della sfilata ho avuto anche il piacere e l’onore di stringere la mano al Generale Federici, che è venuto appositamente davanti al nostro striscione a porgere il suo saluto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il pensiero scritto sullo striscione, espresso con parole diverse, l’ho raccolto tante volte in tutte le manifestazioni degli Alpini nelle ricorrenze sezionali e dei Gruppi, ma sono anche i pensieri che sono stati manifestati da tanti EX durante le trasmissioni radiofoniche dedicate a Don Carlo. E’ avvertita da tutti questa continuità di presenza come se il tempo non sia mai trascorso. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per me in<span class="Apple-converted-space">  </span>particolare sfilare in mezzo agli Alpini della Sezione Abbruzzi e affiancato dalla 62° Compagnia Fux è stata una esperienza unica che mi ha colmato di emozione, facendomi constatare ancora una volta quanto i 60 anni<span class="Apple-converted-space">  </span>trascorsi da quel giorno del trapianto della cornea del Beato Don Carlo siano stati concatenati da un legame che<span class="Apple-converted-space">  </span>ogni giorno fa scoprire sfaccettature nuove di pensiero, di significati di vita, di riflessioni che illuminano il senso del nostro quotidiano.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Al termine della sfilata ci siamo detti ‘alla prossima’, ma intanto le date di incontri e iniziative prima della prossima Adunata Nazionale sono diventate tante.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma ciascuno riparte con quei pensieri e quelle sensazioni da conservare dentro il cuore e la mente, secondo il costume e la personalità degli Alpini: mi sento molto simile a loro, forse perché essere abbruzzese produce lo stesso effetto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Silvio Colagrande.</span></p>
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		<title>60 anni dopo</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2016 16:16:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sono trascorsi già 60 anni da quel 29 febbraio del 1956, eppure a me sembra soltanto ieri. Ho ancora impresso nella mente quei momenti sotto un enorme lampada della sala operatoria dell’Istituto Oftalmico di Milano: c’era un medico accanto a me che mi prese il braccio per farmi l’anestesia e mi chiese di contare fino [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sono trascorsi già 60 anni da quel 29 febbraio del 1956, eppure a me sembra soltanto ieri. <span id="more-331"></span>Ho ancora impresso nella mente quei momenti sotto un enorme lampada della sala operatoria dell’Istituto Oftalmico di Milano: c’era un medico accanto a me che mi prese il braccio per farmi l’anestesia e mi chiese di contare fino a 100. Non credo di esserci arrivato: quando mi sono risvegliato sentivo la tensione delle bende sulla fronte e sugli occhi e qualcosa di pesante intorno a tutta la testa che mi impediva ogni movimento.</p>
<p>Da quel giorno la mia vita ha preso un’altra piega ed è iniziato un dialogo mio, interiore sempre rivolto a Don Carlo che immaginavo di vedere sullo sfondo di quei lembi di cielo che lui definiva ‘mattutini e ventosi di primavera’, con il sorriso che avevo conosciuto alla Rotonda nell’ottobre del 1954. Questo dialogo si è sviluppato costantemente nel tempo ed è vivo ancora oggi perché rappresenta il mio modo di vivere le riflessioni sugli avvenimenti, i sentimenti e le scelte del mio percorso di vita.</p>
<p>Quando vado a fagli visita al Santuario sono contento di rivederlo fisicamente, ma rimango un po’ pensieroso perché sul quel viso manca il suo limpido sorriso: allora ce lo metto io con la mia mente perché solo così è davvero lui. E poi non posso fare ameno di notare i suoi piedi: sono quelli che lo hanno sostenuto durante la drammatica marcia di ritirata dalla Russia per riportarlo in Italia perché si realizzasse quella opera di carità così fortemente desiderata e sognata in quei terribili momenti.</p>
<p>Ho sempre considerato bello e significativo il percorso della mia vita, nonostante molti momenti di difficoltà: belli perché ho potuto vivere pienamente quel senso di sicurezza e forza che mi deriva dalla consapevolezza di essere sempre accompagnato dalla sua protezione.</p>
<p>Sono certo che anche le scelte fatte per costituire la mia famiglia fanno parte di questa sua vicinanza: ho sposato la figlia dell’Alpino d’Africa, come lui lo apostrofava scherzosamente. Don Carlo la chiamava ‘trapulin’ quando entrava nella cascina dove Ambrogio viveva e lavorava: era proprio vicino a Villa Vaccari di Bindella di Erba. Don Carlo gli chiese di andare con lui alla Rotonda di Inverigo perché aveva bisogno di un uomo di fiducia per la manutenzione della casa: Ambrogio lo segui senza chiedergli nulla.</p>
<p>Ho cercato sempre di mantenere e arricchire quel legame che la sua cornea ha reso anche materialmente palpabile nell’intento di rispondere agli insegnamenti ricevuti da quella cultura educativa che lui aveva saputo trasferire nelle attività a favore dei suoi ragazzi.</p>
<p>Non ho mai dimenticato che le cose più importanti e più significative si realizzano nelle nostre azioni quotidiane perché è in quei momenti che si manifesta concretamente il nostro credere e la nostra capacità di dare attenzione agli altri.</p>
<p>La vita trova per ciascuno di noi motivo di arricchimento e di crescita se la sappiano costruire giorno per giorno, come lui insegnava a fare: il suo esempio è un riferimento fondamentale da ogni punto di vista e , come diceva lui, si tratta di fare una costruzione, come se fosse una casa mettendo mattone dopo mattone.</p>
<p>I suoi pensieri su come guardare la sofferenza rappresentano qualcosa di profondamente cristiano e sfociano in una fede genuina e luminosa: è la guida sempre presente nella sua vita.   E’ la sua fede che gli fa vedere Gesù nei bambini sofferenti; è la sua fede che gli permette di contemplare il divino nell’umanità e nelle azioni quotidiane considerando il comportamento delle persone come azione che esprime contestualmente la spiritualità nella materialità.</p>
<p>La sofferenza rappresenta una componente della vita avvolta in quella misteriosità della ‘carità soprannaturale’ come lui dice nell’ultima pagina di ‘Pedagogia del dolore innocente’: è da qui che l’uomo trae le risorse più profonde per manifestare il meglio di sé e cimentarsi nelle imprese più difficili e più elevate. Lui ha cercato di far capire anche noi ragazzi che questa era la via per rendere significativa e vera anche la nostra vita.</p>
<p>La carità che lui considera l’elemento fondamentale della vita cristiana confluisce e diventa una cosa sola con la fede.</p>
<p>Quanto avrebbe ancora da dirci su quella ‘restaurazione della persona umana’ così attuale e urgente necessità nella società odierna, dilaniata globalmente da conflitti, odio, egoismi.</p>
<p>Ai giovani darebbe ancora la più alta guida educativa accompagnandoli verso quella costruzione della propria personalità attraverso la ricerca in se stessi delle motivazioni più profonde da dare alle loro scelte di vita. Farebbe capire loro che le opinioni di massa precostituite non portano da nessuna parte e rifugiarsi nell’anonimato dei social appiattisce soltanto il loro pensiero e le loro aspirazioni verso una autentica costruzione della loro personalità.</p>
<p>Le migliaia di ragazzi che hanno conosciuto lui o comunque hanno fatto esperienza nei suoi Collegi sanno bene quanto è stata significata per la loro vita la costante e tenace ricerca di se stessi per dare senso e conquistare tappe significative nel percorso della loro vita. Le difficoltà causate dalle limitazioni fisiche dovevano costituire uno sprone ulteriore all’impegno e a non arrendersi mai perché in ogni caso esiste una opportunità per ognuno.</p>
<p>Anche gli Orfani che Don Carlo aveva accolto ad Arosio, all’Istituto Grandi Invalidi l’8 dicembre del 1945, ricordano in maniera lucidissima quanto lui manifestasse loro tenerezza e nello stesso tempo la fermezza dell’Educatore consapevole di dover essere la guida, il riferimento che desse sicurezza e sprone a crescere. Domenica 14 febbraio si sono ritrovati in 8 ad Arosio per pregare ancora una volta nella stessa Cappella dove Don Carlo celebrava la S. Messa e dove loro avevano ricevuto dalla sue mani la Prima Comunione.</p>
<p>Se proviamo a immaginare che ci sia un filo che unisce il cielo e i suoi santi con noi ancora sulla terra, dovremmo constatare che il Beato Carlo Gnocchi ne ha interi fasci: in ordine cronologico terrestre i suoi Alunni del Gonzaga, I suoi Alpini, i suoi Orfani, i suoi Mutilatini e i suoi Poliomielitici. Infine si sono aggiunti tutti i Donatori di Organi e Tessuti che hanno raccolto lo spirito innovatore della più elevata solidarietà umana con la donazione delle sue cornee infrangendo ogni resistenza e remora delle regole sociali del 1956.</p>
<p>Tante sono state le manifestazioni e le iniziative che hanno contribuito a diffondere il suo profilo e ad arricchire quel filo di collegamento: è stato un percorso pieno di condivisioni, di approfondimenti e di arricchimento delle menti e dei cuori di tutti coloro che hanno capito quanto la sua figura rappresenta per tutti gli uomini.</p>
<p>Gli Alpini hanno creato una catena di solidarietà grande e sempre vigile e pronta a rispondere a tutte le situazioni di bisogno nel nome di quel Cappellano che è diventato il Beato di tutte le sezioni e di tutti i Gruppi. Quanto rispondente alla realtà è il loro motto: ‘onoriamo i morti aiutando i vivi’. Questo spirito è diventato contagioso e continua a diffondersi, rispondendo pienamente a quello che diceva il Beato: ‘il bene è contagioso’. Nella espressione ‘alpinità’ è racchiuso tutto quel mondo del pensiero, dei sentimenti, delle emozioni, delle aspirazioni di soldati rudi ma sensibili, abituati alle fatiche ma sempre con il cuore teso a cercare la spiritualità che intravvedono lassù alzando gli occhi verso il cielo quando arrivano in vetta.</p>
<p>Forse è per questa ragione che hanno portato la reliquia del Beato fino a 4610 metri del Monte Rossa: da lassù anche Don Carlo accorcia le distanze con noi e può guardarci dall’alto donandoci la sua vicinanza.</p>
<p>Il dono delle cornee ha costruito nel tempo un poderoso percorso di solidarietà e nello stesso tempo un fertile terreno di cultura della donazioni di organi e tessuti. Le Associazioni AIDO costituiscono un riferimento territoriale capillare per diffondere questa cultura: hanno raggiunto dei traguardi importanti contribuendo incisivamente a dare fiato al quel profetico gesto.</p>
<p>I progressi scientifici hanno consentito di intrecciare il pensiero di Don Carlo in Pedagogia del dolore innocente: ‘l’inesausto travaglio della scienza’ si è unito alle ‘multiformi opere della solidarietà umana’ donando vita e fede nella ‘carità soprannaturale’.</p>
<p>Silvio Colagrande</p>
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		<title>Televalassina presentazione di &#8216;Lembi di cielo&#8217;</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Mar 2015 14:11:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Don Donato e Enrico Viganò intervisto Silvio.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Don Donato e Enrico Viganò intervisto Silvio.</p>
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		<title>Intervento a SAT2000 &#8216;Bel tempo si spera&#8217;</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Mar 2015 14:00:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Trasmissione dedicata al Beato Don Carlo Gnocchi nel 59°j anniversario  della morte.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Trasmissione dedicata al Beato Don Carlo Gnocchi nel 59°j anniversario  della morte.</p>
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		<title>Slide 2</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2015 06:28:18 +0000</pubDate>
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		<title>Slide 1</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2015 06:27:49 +0000</pubDate>
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		<title>Lembi di cielo</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2015 06:18:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Gli occhi di un santo, gli occhi di un prete, gli occhi di un uomo. Occhi stanchi di guerra, quelli di don Carlo, dopo il terribile massacro di Russia. Eppure proprio per questo ancora capaci di combattere per i suoi ragazzi, per i suoi alpini, per la sua Italia appena liberata. Un santo, don Carlo, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h1>Gli occhi di un santo, gli occhi di un prete, gli occhi di un uomo.</h1>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.silviocolagrande.it/wp-content/uploads/2015/01/lembi-di-cielo-evidenza.jpg"><img class="alignleft wp-image-19 size-medium" src="http://www.silviocolagrande.it/wp-content/uploads/2015/01/lembi-di-cielo-evidenza-267x300.jpg" alt="lembi-di-cielo-evidenza" width="267" height="300" /></a>Occhi stanchi di guerra, quelli di don Carlo, dopo il terribile massacro di Russia. Eppure proprio per questo ancora capaci di combattere per i suoi ragazzi, per i suoi alpini, per la sua Italia appena liberata. Un santo, don Carlo, ma un santo disobbediente, come tante volte è capitato ai figli migliori della Chiesa. Se la legge vietava i trapianti, in quell&#8217;Italia degli anni Cinquanta, lui era pronto a violarla in un ultimo gesto d&#8217;amore per l&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza quella scelta contro, oggi Silvio Colagrande non potrebbe vedere i suoi lembi di cielo. Non potrebbe raccontare, come fa nelle pagine intense e spesso commoventi che leggerete, una storia unica, speciale. Una storia privata che diventa racconto collettivo, perché Colagrande non è solo l&#8217;uomo che vede con gli occhi di un santo.<br />
È anche il testimone privilegiato di una grande opera di fede, quell’opera che don Carlo volle con tutte le sue forze e alla quale lavorò fino agli ultimi giorni, affidandone l&#8217;eredità con quell&#8217;“<em>amis ve racumandi la mia baracca</em>” che più di tutto racconta di questo prete speciale.<br />
C&#8217;è una luce unica, negli occhi chiari di Silvio Colagrande. Come se quel pezzetto di cornea ricevuta da don Carlo gli consentisse di scrutare i cuori nel profondo. Ne troverete spesso traccia, in questo piccolo libro prezioso. Che parla di opere della Provvidenza e delle nostre debolezze umane.</p>
<p style="text-align: justify;">Da leggere, magari, guardando lo struggente monumento che a Inverigo ricorda don Carlo. Così lontano dalla retorica, così vicino ai lembi di cielo<br />
(dall&#8217;introduzione di Vittorio Colombo, giornalista, ragazzo di Inverigo cresciuto &#8220;a pane e don Gnocchi&#8221;)</p>
<p style="text-align: justify;">  <a href="http://www.silviocolagrande.it/wp-content/uploads/2015/01/PDFIcon.gif"><img class=" size-full wp-image-324 alignleft" src="http://www.silviocolagrande.it/wp-content/uploads/2015/01/PDFIcon.gif" alt="PDFIcon" width="45" height="48" /></a> <a href="http://www.silviocolagrande.it/wp-content/uploads/2015/01/incipit-libro-lembi-di-cielo.pdf">incipit libro lembi di cielo</a></p>
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		<title>La cornea che all’età di 12 anni gli restituì la vista è una delle due che don Carlo Gnocchi donò alla sua morte</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2015 06:15:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«Io, cieco fin da bambino, vedo grazie ai suoi occhi: sono una reliquia vivente» MILANO &#8211; Oggi Silvio Colagrande ha 65 an­ni ed è lui a dirigere, a Inverigo, uno dei centri di quella stessa Fon­dazione che lo accolse quando, an­cora bambino, uno schizzo di cal­ce nel cantiere della sua casa in Abruzzo lo aveva [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: justify;">«Io, cieco fin da bambino, vedo grazie ai suoi occhi: sono una reliquia vivente»</h1>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-9"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.silviocolagrande.it/wp-content/uploads/2015/01/colagrande-corsera.jpg"><img class=" size-medium wp-image-18 alignleft" src="http://www.silviocolagrande.it/wp-content/uploads/2015/01/colagrande-corsera-267x300.jpg" alt="colagrande-corsera" width="267" height="300" /></a>MILANO &#8211; Oggi Silvio Colagrande ha 65 an­ni ed è lui a dirigere, a Inverigo, uno dei centri di quella stessa Fon­dazione che lo accolse quando, an­cora bambino, uno schizzo di cal­ce nel cantiere della sua casa in Abruzzo lo aveva reso cieco. Porta al collo una medaglietta con que­sta scritta: «Io sono la massima re­liquia di don Gnocchi». La cornea che all’età di dodici anni gli restituì la vista, in effetti, è una delle due che don Carlo deci­se di donare morendo. L’altra ce l’ha quella che allora era una bam­bina a sua volta, Amabile Battistel­lo, e che tuttora vive a Cinisello. Colagrande quei giorni se li ri­corda benissimo. Certo allora non poteva sapere, per esempio, di quando don Carlo ormai morente e consapevole che i trapianti era­no ancora illegali aveva comunica­to le sue intenzioni al professor Ce­sare Galeazzi: «Sei disposto — gli aveva chiesto — a rischiare la gale­ra per fare una cosa?».</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Ricorda pe­rò, Colagrande, di quando il pro­fessor Galeazzi</b> lo mandò a prende­re: «Fui preparato per l’intervento la mattina del 29 febbraio. Don Carlo era morto il giorno prima. Ri­cordo — prosegue — che dopo l’operazione rimasi bendato e im­mobile per tre giorni. Poi vennero a togliermi le bende. Mi medicaro­no, mi misero delle gocce. E vidi il professor Galeazzi ai piedi del let­to che mi mostrava le dita della mano e mi chiedeva quante erano. E io le vidi: erano tre». La testimonianza del professor Galeazzi è una delle più articolate e toccanti tra quelle raccolte, nel corso degli anni, per promuovere la causa di beatificazione: «Ricor­do ancora — diceva — gli attimi in cui durante l’operazione ho avu­to in mano l’occhio azzurro di don Carlo che non c’era più».</p>
<p style="text-align: justify;"><b>La vita di Silvio Colagrande, da allora, è andata avanti </b>in simbiosi con la Fondazione: prima come studente, poi come collaboratore, ora come dirigente. «Mi è sempre sembrata la maniera più naturale — dice — di restituire al mio pros­simo quello che ho ricevuto». Usa una espressione, per descrivere l’atteggiamento di don Gnocchi verso i piccoli malati, che ripete con insistenza: «Pedagogia del do­lore innocente». La «capacità di re­stituire una speranza e una pro­spettiva di vita a tutti, partendo an­che dalla sofferenza». Oggi vede con gli occhi di don Carlo e allo stesso tempo quegli occhi conti­nuano a vedere attraverso di lui. «E dire — sorride — che pur aven­dolo incrociato un paio di volte non avevo mai avuto neppure l’oc­casione di parlargli».</p>
<pre>Fonte: Paolo Foschini | www.corriere.it | Corriere della Sera Milano | Ottobre 2009</pre>
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		<title>Io, “mutilatino” di don Carlo, vedo grazie ai suoi occhi</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2015 06:14:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Intervista a Silvio Colagrande Silvio Colagrande è uno dei “mutilatini” dell’opera di don Carlo Gnocchi. Durante l’infanzia perse la vista a causa di uno spruzzo di calce viva e venne mandato dai suoi presso il centro di accoglienza aperto a Inverigo, in provincia di Como. Là conobbe il sacerdote grazie al quale riebbe il dono [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: justify;">Intervista a Silvio Colagrande</h1>
<p><span id="more-7"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Silvio Colagrande è uno dei “mutilatini” dell’opera di don Carlo Gnocchi. Durante l’infanzia perse la vista a causa di uno spruzzo di calce viva e venne mandato dai suoi presso il centro di accoglienza aperto a Inverigo, in provincia di Como. Là conobbe il sacerdote grazie al quale riebbe il dono della vista. Il 28 febbraio del 1956 infatti venne sottoposto a un trapianto, il primo in Italia, delle cornee. Il donatore era infatti don Gnocchi, deceduto il giorno prima. In occasione della sua beatificazione che avverrà la prossima domenica lo abbiamo intervistato perché ci raccontasse la sua esperienza in compagnia di questo grande educatore della Chiesa</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Dottor Colagrande, come ha accolto la notizia della beatificazione di don Gnocchi?</b></p>
<p style="text-align: justify;">Ad essere sincero sono sempre stato un po’ impaziente di ricevere questa notizia. La Chiesa ha portato alla beatificazione una persona che per noi era già da lungo tempo considerato, non beato ma santo. E non parlo soltanto di chi oggi lavora all’interno della Fondazione Don Gnocchi, ma delle moltissime persone che lo hanno conosciuto. C’è ancora molta gente viva fra i suoi mutilatini. Molta gente che lo ha conosciuto e amato. E tutti coloro che hanno avuto a che fare con don Carlo di lui hanno la stessa identica impressione, ossia che fosse un uomo straordinariamente capace di incidere nel sociale, ma sempre partendo dalla sua fede in Cristo. La sua beatificazione si può certamente interpretare, da un punto di vista laico, come il riconoscimento delle grandi opere sociali che egli ha generato, eppure la sua missione non si capirebbe se si prescindesse dalla sua religiosità. Per questo motivo noi lo abbiamo sempre considerato un santo.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Insomma non c’era in lui distinzione fra l’aspetto sociale e quello religioso?</b></p>
<p style="text-align: justify;">Assolutamente no. Io cerco sempre di spiegare questo concetto riprendendo quanto egli scrisse nella sua opera “Pedagogia del dolore innocente”, laddove si interroga cercando di motivare tutte le sfaccettature del dolore dei bambini, che è il più innocente di tutti i dolori. Secondo Don Gnocchi questo dolore è permesso perché si manifestino le opere di Dio e quelle degli uomini. Le opere degli uomini le identificava soprattutto nel travaglio della scienza alla ricerca di soluzioni mediche, le opere di Dio attraverso l’esperienza della gratuità con la quale il dolore dell’altro veniva accolto. Su entrambi questi fattori egli riportava sempre il punto alla misteriosa opera della Carità soprannaturale. Non era visionario, egli parlava sempre di cose umane, ma legate indissolubilmente alla volontà divina.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Come è stato il suo incontro con don Carlo Gnocchi?</b></p>
<p style="text-align: justify;">L’ho conosciuto un anno e mezzo prima che morisse, avevo 10 anni quando giunsi qui a Inverigo e stavo allora cominciando a rivedere un po’ dall’occhio destro. Non riuscivo, e non sarei mai riuscito a riprendere a leggere e scrivere. Ma non avevo difficoltà a riconoscere le persone. Quando venni a Inverigo la prima volta sentii il suo sguardo su di me, ma don Carlo non mi rivolse mai la parola?</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Per quale motivo?</b></p>
<p style="text-align: justify;">Non l’ho mai saputo. Ricordo però che mi rivolse un bellissimo sorriso. Anche questo fa parte delle sue “misteriosità”. Ma dopo 10 giorni da quell’incontro mi fecero visitare gli occhi dal professor Galeazzi. La conclusione del medico fu che l’unica soluzione per me sarebbe stata un trapianto di cornea in Svizzera. In Italia a quei tempi i trapianti erano proibiti. Poi, in primavera, venni trasferito a Roma in una scuola dove insegnavano a leggere il braille. Nel mese di agosto il direttore mi comunicò che in Svizzera si erano resi disponibili per sottopormi a un intervento. Era il settembre del 1955 quando rividi don Carlo. Ma quella volta non era più come la prima. Il suo volto era sofferto, i lineamenti tirati, si vedeva che era ammalato. In seguito mi dissero che il trapianto in Svizzera era saltato. Poi tutto è precipitato. Il 27 febbraio del ’56 venne a prendermi il professor Galeazzi. Il 28 intuii che stavo per essere sottoposto a un’operazione agli occhi, ma solo il giorno dopo compresi che il donatore era stato don Carlo. Infatti la radio dette l’annuncio della sua morte. Ero stato operato a Milano, «ci penso io a lui» aveva detto pochi giorni prima di morire, era riuscito a farmi operare in semiclandestinità presso l’istituto oftalmico dal professor Galeazzi e mi aveva donato i suoi occhi.</p>
<p style="text-align: justify;"> <b>Perché scelse proprio lei nonostante non le avesse mai rivolto la parola?</b></p>
<p style="text-align: justify;"> Il motivo preciso non lo so. Io me lo spiego con un gesto d’amore che trascende il livello confidenziale di un rapporto. Ero lì e avevo bisogno di un trapianto, lui ha fatto sì che questo avvenisse, punto. Le altre ragioni che abitavano nella sua mente le ignoro, ma penso che questo gesto sia stata la conseguenza ultima di un’anima abituata a donarsi completamente. Non credo che questa interpretazione sia lontana dal vero.</p>
<p style="text-align: justify;"> <b>Spesso si utilizza la parola “miracolo” per descrivere fenomeni soprannaturali e inspiegabili. In questo caso di miracolo non si tratta, ma di un trapianto medico. Eppure qualcosa fa sì che questa sua esperienza possa essere chiamata miracolosa, perché?</b></p>
<p style="text-align: justify;"> In genere dovrebbero essere altri, e non uno come me, ad attestare l’autenticità o meno di un miracolo. Io mi limito a dire che gli effetti del trapianto che ho subito durano da 53 anni e mezzo, perfettamente. Quando sono tornato a vedere, non ho acquistato una vista d’aquila, non mi è successo quello che accade ad alcuni pazienti che recuperano 9 o 10 decimi. Recuperai soltanto 2,60 decimi, fin da subito. Un mezzo insuccesso apparentemente. Eppure da allora non sono peggiorato nemmeno di un centesimo alla vista. Sono riuscito a studiare, a laurearmi e a lavorare per tutto il resto della mia vita. Lo stato del trapianto è esattamente quello del primo giorno. Per i medici questo fatto, per quanto eccezionale, è comunque accettabile da un punto di vista scientifico. Ma personalmente lo giudico come un perenne segno della presenza di don Carlo nella mia vita. Lo considero come il mantenimento di un legame e di una promessa che egli ha fatto alla mia vita.</p>
<p style="text-align: justify;"> <b>Oltre al trapianto di cornea, per che cosa lei è più grato alla figura di Carlo Gnocchi?</b></p>
<p style="text-align: justify;"> In primo luogo egli ci ha raccolti dalla strada. Era un’epoca nella quale senza il suo abbraccio saremmo cresciuti come dei poveri derelitti abbandonati senza alcuna possibilità nella vita. L’opera dei mutilatini è consistita nel rilanciare numerose vite spezzate. E questo non è poco, considerando anche i sacrifici immani ai quali don Carlo si è sottoposto lungo l’arco di tutta la sua vita per noi. Ma soprattutto sono grato a don Gnocchi per averci offerto la possibilità di continuare la sua opera, in primo luogo insegnandocene il valore profondo e poi offrendoci la possibilità di portare a compimento la nostra vita seguendo il percorso da lui iniziato.</p>
<pre style="text-align: justify;">Fonte: www.ilsussidiario.net</pre>
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