«Io, cieco fin da bambino, vedo grazie ai suoi occhi: sono una reliquia vivente»
MILANO – Oggi Silvio Colagrande ha 65 anni ed è lui a dirigere, a Inverigo, uno dei centri di quella stessa Fondazione che lo accolse quando, ancora bambino, uno schizzo di calce nel cantiere della sua casa in Abruzzo lo aveva reso cieco. Porta al collo una medaglietta con questa scritta: «Io sono la massima reliquia di don Gnocchi». La cornea che all’età di dodici anni gli restituì la vista, in effetti, è una delle due che don Carlo decise di donare morendo. L’altra ce l’ha quella che allora era una bambina a sua volta, Amabile Battistello, e che tuttora vive a Cinisello. Colagrande quei giorni se li ricorda benissimo. Certo allora non poteva sapere, per esempio, di quando don Carlo ormai morente e consapevole che i trapianti erano ancora illegali aveva comunicato le sue intenzioni al professor Cesare Galeazzi: «Sei disposto — gli aveva chiesto — a rischiare la galera per fare una cosa?».
Ricorda però, Colagrande, di quando il professor Galeazzi lo mandò a prendere: «Fui preparato per l’intervento la mattina del 29 febbraio. Don Carlo era morto il giorno prima. Ricordo — prosegue — che dopo l’operazione rimasi bendato e immobile per tre giorni. Poi vennero a togliermi le bende. Mi medicarono, mi misero delle gocce. E vidi il professor Galeazzi ai piedi del letto che mi mostrava le dita della mano e mi chiedeva quante erano. E io le vidi: erano tre». La testimonianza del professor Galeazzi è una delle più articolate e toccanti tra quelle raccolte, nel corso degli anni, per promuovere la causa di beatificazione: «Ricordo ancora — diceva — gli attimi in cui durante l’operazione ho avuto in mano l’occhio azzurro di don Carlo che non c’era più».
La vita di Silvio Colagrande, da allora, è andata avanti in simbiosi con la Fondazione: prima come studente, poi come collaboratore, ora come dirigente. «Mi è sempre sembrata la maniera più naturale — dice — di restituire al mio prossimo quello che ho ricevuto». Usa una espressione, per descrivere l’atteggiamento di don Gnocchi verso i piccoli malati, che ripete con insistenza: «Pedagogia del dolore innocente». La «capacità di restituire una speranza e una prospettiva di vita a tutti, partendo anche dalla sofferenza». Oggi vede con gli occhi di don Carlo e allo stesso tempo quegli occhi continuano a vedere attraverso di lui. «E dire — sorride — che pur avendolo incrociato un paio di volte non avevo mai avuto neppure l’occasione di parlargli».
Fonte: Paolo Foschini | www.corriere.it | Corriere della Sera Milano | Ottobre 2009